Come si definisce un genitore che ha perso un figlio? Fino a oggi la lingua italiana non disponeva di una parola specifica per identificare questa condizione. Per colmare questo vuoto linguistico e sociale nasce Atèfano, neologismo che significa letteralmente “colui che è privato del proprio figlio”, una sorta di genitore orfano del proprio figlio.
L’Ufficio di Presidenza del Consiglio regionale ha presentato un ordine del giorno per promuoverne la diffusione, raccogliendo l’esperienza avviata dalla Regione Liguria che, su proposta dell’associazione “Rachele Franchelli – Uno Sguardo Senza Confini APS”, ha già approvato un analogo atto istituzionale.
L’obiettivo è riconoscere e rendere visibile una realtà che accomuna migliaia di famiglie e che, a differenza della vedovanza o dell’orfanezza, non ha mai trovato una precisa definizione linguistica.
Abbiamo voluto dare attenzione ad una categoria colpita da uno dei più grandi dolori che si possano immaginare – ha detto il presidente del Consiglio, Davide Nicco – con un atto concreto che riconosce e dà un nome a quel dolore”.
“Dopo la Liguria, anche l’Assemblea piemontese voterà nelle prossime sedute un atto di indirizzo per diffondere questo neologismo – ha spiegato il vicepresidente del Consiglio Francesco Graglia e primo firmatario dell’Odg – che è stato condiviso da tutte le forze politiche, con l’auspicio che sempre più istituzioni facciano propria questa sensibilità. Dare un nome alle persone che hanno vissuto questo evento traumatico significa renderle visibili, con l’obiettivo finale di garantire loro delle tutele”.
“Sostenere questa iniziativa – ha sottolineato il vicepresidente Domenico Ravetti – significa fare il nostro dovere, che non è solo quello di essere legislatori, ma anche di affrontare temi che servono a metterci in relazione con il mondo che ci circonda”.
Il termine nasce dalla storia di Rachele Franchelli, scomparsa nel 2024 all’età di 16 anni a causa di un tumore cerebrale, e dall’impegno della sua famiglia.
La madre e il fratello di Rachele, Silvia Ravera e Gastone Franchelli, hanno evidenziato come “dare un nome a questo dolore significhi riconoscerlo e aiutare la comunità a sostenere chi lo vive. Nella ricerca linguistica che abbiamo portato avanti sono stati di grande supporto i contributi di docenti universitari e dell’Accademia della Crusca, che potrà valutare l’inserimento ufficiale del termine nel vocabolario della lingua italiana se si diffonderà nell’uso comune”.
Anche Franco Zanet, padre di un ragazzo scomparso nel 2016, ha espresso il proprio sostegno all’iniziativa.


