Aggiornato al 17 Aprile 2024

La criminologa Cristina Brasi ha incontrato gli studenti del liceo Spezia

DOMODOSSOLA – Mattinata speciale per alcune classi del liceo Spezia, che venerdì l’altro hanno potuto ascoltare e “interrogare” la criminologa Cristina Brasi. Ex studentessa della professoressa Paola Ferraris, che al liceo è docente di Matematica e Fisica, Brasi si è raccontata con schiettezza e vivacità, rendendo più realistico ciò che si cela dietro la criminologia, una professione che attira oggi molti giovani, soprattutto quelli alle prese con la scelta del percorso di studi post diploma. Originaria di Como, Cristina Brasi ha studiato fino alle scuole secondarie di secondo grado a Domodossola, dove la famiglia si era trasferita per motivi di lavoro, per poi laurearsi a Pavia in Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione e arricchire via via il curriculum con percorsi di perfezionamento e Master. 

Ha un curriculum ricchissimo, ma è anche mamma di tre bambini. Come si fa a conciliare tutto?

«Il lavoro è una passione. Sono andata via di casa all’età di 19 anni, mantenendomi con borse di studio e lavoro: ho imparato così l’arte dell’organizzazione». 

Per la tesi è stata a Dublino, in Irlanda: come mai?

«Perché all’epoca i materiali che mi servivano non si potevano reperire se non sul posto. Mi sono occupata di morale e della semistandardizzazione del questionario sul Moral Disengagement da me modificato, ovvero del “disimpegno morale”, il mezzo che consente all’individuo di “disinnescare” temporaneamente la sua coscienza morale, mettendo in atto comportamenti deumanizzanti, o semplicemente lesivi, senza sentirsi in colpa». 

Dove ha vissuto durante l’università? 

«In una residenza universitaria con 350 studenti di nazionalità differenti. Ero là quando ci fu l’attentato dell’11 settembre: fu interessante osservare le varie reazioni, ci fu anche chi stappò lo spumante».

È criminologa forense e fondatrice di FBA-LAB (Forensic Beahvioural Analisys), che si occupa di attività di analisi comportamentale in ambito forense. Cosa ha imparato recandosi in carcere per incontrare i detenuti?

«I detenuti sono persone e vanno rispettate in quanto tali. Rispetto e umiltà sono alla base. Per fare questo lavoro è necessario saper avere un filtro, perché bisogna avere assoluta consapevolezza emotiva e un altissimo grado di controllo delle proprie emozioni. Nelle perizie bisogna essere capaci di essere non giudicanti». 

Come si fa a profilare una persona?

«Innanzitutto è importante non lavorare mai da soli: senza la collaborazione non si va da nessuna parte. È un continuo studiare, confrontarsi e imparare. Si fa la profilazione di un criminale mettendo insieme tantissime informazioni: dalla ricerca delle open source, cioè delle “fonti aperte”, sino a giungere all’identificazione del fattore che ha fatto scompensare la persona. Nel mio caso, ove possibile, procedo con l’analisi scientifica del linguaggio non verbale. Più elementi ho, più riesco a ricostruire il puzzle». 

In questo rientra anche l’interrogatorio di eventuali testimoni di un delitto?

«È essenziale e va fatto nel più breve tempo possibile: di fronte a un evento traumatico di cui siamo testimoni. E’ possibile farlo attraverso un mezzo definito “intervista cognitiva”: la rievocazione dell’accaduto non rappresenterà infatti quanto realmente avvenuto, ma quanto da noi considerato pregnante. Il ricordo non sarà mai obiettivo: la mente andrà a colmare i buchi di memoria con dei falsi ricordi. Più passa il tempo, più la testimonianza perderà di attendibilità».

È specializzata anche in Alto Potenziale Cognitivo (APC): la scuola è in grado di accogliere studenti con tale profilo? 

«Chi è ad Alto Potenziale Cognitivo ha un pensiero divergente ed arborescente, mentre la scuola è sequenziale. Chi è APC è in grado di processare più informazioni contemporaneamente: ha una neurotipia, che non è una malattia. Essere APC è come vivere in un mondo in slow motion: tutto quello che avviene intorno è lento. Purtroppo spesso lo è anche la scuola!».

 

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