Aggiornato al 24 Febbraio 2024

Le testimonianze degli ossolani sopravvissuti ad Auschwitz

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale che si celebra il 27 gennaio di ogni anno. E non è una data a caso. Il 27 gennaio 1945, infatti, gli alleati (e diciamolo che sono stati i russi i primi ad entrare ad Auschwitz!) hanno scoperto il più famoso e triste campo di concentramento creato dalle SS. E se dobbiamo ricordare per mai più ripetere, riportiamo il riassunto di alcune testimonianze di deportati ossolani, grazie ad una ricerca negli anni ‘80 dei ragazzi della 5ª liceo Rosmini di Domodossola.

«Siamo arrivati lì che avevo tanta fame. Per arrivare al campo c’era un po’ di salita, ma a me sembrava discesa. C’era un freddo intensissimo ed eravamo ormai a fine autunno e questi individui che scendevano a quaranta per volta dai vagoni e poi l’incontro con i prigionieri vestiti a righe bianche e blu, magri, scheletrici».

«Alla fermata del treno, c’erano cataste di cadaveri. Non so quanti… sessanta, settanta, cento. Tutti nudi. Una montagna, proprio lì vicino ai binari. Nel campo c’era la neve ed in mezzo a ‘sta neve si vedevano spuntare… delle teste, un braccio, una gamba… Abbiamo dovuto consegnare tutto quello che avevamo, ci hanno denudate e poi ci hanno dato quegli abiti a righe che non vi dico…».

«Siamo arrivati ad Auschwitz senza sapere nulla. Nessuno sapeva niente di preciso e poi ci hanno fatto il tatuaggio come le bestie».

«Sulla porta del campo ce n’era uno impiccato. Tocco con il gomito il mio amico, perché non potevi mica parlare né girare gli occhi; le SS ti ammazzavano subito. Lo tocco così, leggero e gli faccio segno di alzare gli occhi, di guardare quello lì impiccato…».

«Quando siamo entrati subito una puzza maledetta; abbiamo saputo poi che era il crematorio. Ci danno ordini. Io non capisco un tubo e neanche gli altri. E allora urla. Urla disumane; non parlavano, urlavano, legnavano, frustavano. Tutto schnell, veloci, rapidi… Il tuo nome non esisteva più; solo quel pezzo di ferro che era la targhetta con il numero di matricola. Io ero il cinquantottomila e… seicentottantuno… mio cugino l’ottantadue».

«In ognuna delle baracche, non so, ci saranno state due, tre, quattrocento persone. Per dormire, la sera prendono i materassi, li mettono per terra e poi ci mettiamo giù, quattro per materasso. Poi buttano una coperta; tira di qua, tira di là… un disastro. Dentro non ci siamo solo noi che siamo appena arrivati. Ci sono anche altri… polacchi, russi, iugoslavi… E’ un misto di lingue, chi ci capisce più niente? Cerchi di metterti vicino ad un italiano, ma se ce né un altro mica lo puoi mandare via, devi star lì. Se uno va al gabinetto poi non trova più il posto, si mette in un angolo e sta là».

«Gli ebrei avevano un triangolo giallo; gli zingari e gli altri emarginati un triangolo nero; i deportati politici un triangolo rosso; i Kapò che comandavano i prigionieri erano contraddistinti da un triangolo verde».

Ma quanti sopravvissero in questi assurdi campi?

Tarcisio Possa, Mario Bussoni, Gervasio Pianzola e don Remigio Biancossi, quattro fra questi pochissimi.

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